Mentre l’Italia tutta si appassionava alle vicende di Ricci contro Bonolis, nel mio ufficio si consumava un dramma di ben altre proporzioni: la mia collega si accorgeva di aver perso un anello.
O meglio: uno di quei tre anelli uguali (o quasi) che vengono venduti per essere portati tutti assieme. O tre o niente. Uno senza gli altri non ha senso. Legati da un indissolubile vincolo di reciproca interdipendenza, lo smarrimento di uno solo suona come un’inappellabile condanna a morte anche per gli altri due. Tutti per uno, uno per tutti. Come i tre moschettieri. Come la trimurti indiana (Brahmā, Visnu e Siva). O come Qui, Quo e Qua (se preferite).
Ora è talmente addolorata con quel muso tutto imbronciato che mi fa quasi pena. Provo a rassicurarla dicendole che, manco a farlo apposta, ho i numeri dei cellulari di Frodo Baggins, Sam, Pipino, Merry ed Aragorn. Potrei fare qualche telefonata, ricostituire la compagnia dell’anello e muovere alla ricerca del prezioso gioiello.
Lei, infastidita, dice: “smettila”.
Poi dice: “mi irriti”.
Poi dice: “non ho parole per commentare la tua cinicità”.
Cinicità. È questa la parola che ha usato.
Potrei risponderle che milioni di italiani avrebbero usato la parola “cinismo”.
Ma è anche vero che milioni di italiani vedono il programma di Bonolis: un numero, per quanto grande, non è garanzia di affidabilità. Il fatto che tante persone facciano la stessa cosa non vuol dire che sia una cosa giusta.
Allora mi dico: “cinicità: lo vedo come un neologismo. La prima parte della parola ha la stessa radice della parola CANE; la seconda fa rima con STUPIDITA’. Ergo: la cinicità è l’attitudine a comportarsi stupidamente, come farebbe un cane”.
Poi mi dico: “ma il cane di mia nonna non l’ha visto il programma di Bonolis. Non è lui ad essere stupido”.
Quindi replico alla mia collega: “bau!”
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il 21/1/2004 alle 13:5 | |